Autori

Training chirurgico al Nazareth Hospital di Nairobi (Kenya)

Alberto Reggiani, Luca Ansaloni

Quello che vi presentiamo è il racconto di un'esperienza in Kenya che nell'autunno 2001 ha visto protagonisti alcuni medici bolognesi. Diversamente da quello che avviene normalmente, lo scopo dello stage è stato quello di trasferire parte del sapere medico-chirurgico ai medici del luogo.

C'è un nome in Africa: AMREF (the Flying Doctors Society of Africa) che rappresenta un punto di riferimento medico, organizzato e disponibile. Certamente non sufficiente a un grande continente con difficoltà di comunicazione, ma i flying doctor cercano sempre di arrivare dove c'è bisogno. Poi ci sono vari tipi d'ospedali: ospedali statali, generalmente fatiscenti e mal organizzati; ospedali privati, spesso molto belli come quello costruito dall'Aga Khan a Nairobi, ma molto costosi e quindi riservati ai pochi che possono permetterselo; ospedali cattolici (missionari) che cercano di fare quello che possono e spesso anche di più. L'Africa è un continente bellissimo, ma la vita, non quella delle vacanze, quella di chi vi abita e lavora è molto difficile per diversi motivi. Anzitutto, gli aiuti inviati dai paesi industrializzati non vanno quasi mai a buon fine. Può darsi che questo avvenga per disonestà o per cattiva organizzazione locale, ma il problema fondamentale sembra un altro: questi aiuti vengono dati come elemosina, mentre l'Africa non ha bisogno solo di carità. Ha bisogno d'investimenti. Poi c'è un aspetto etnico che è stato violato dai colonizzatori. Se si prende la carta geografica dell'Africa, si vede che i vari stati sono delimitati in modo assolutamente arbitrario, da confini imposti e non naturali. Da qui tutte le conseguenze rivendicative e conflittuali fra i vari gruppi etnici divisi da frontiere che non riconoscono. E' un continente povero, dove ci sono delinquenza e corruzione. E' un continente malato. Il 30 per cento della popolazione è affetta da AIDS, malaria, TBC. In questa situazione, come si inserisce e com'è vista la funzione e l'attività di una struttura ospedaliera più o meno organizzata? E qual è la patologia che viene curata? L'esempio tipico è quello che viene definito un ospedale rurale (bush hospital), cioè un centro sanitario posto in una zona remota come unico punto di riferimento assistenziale. Si è soliti pensare che in un ospedale, in un paese come il Kenya, la patologia con cui si viene più frequentemente a contatto sia quella cosiddetta tropicale. Questo è vero solo in parte, poiché una minima parte delle patologie diffuse ai tropici trova la sua unica spiegazione nel fattore climatico. Nella maggior parte dei casi si ritrovano quelle malattie che erano maggiormente diffuse nei paesi occidentali prima della rivoluzione industriale. E' stato dimostrato che in questi ultimi la diminuzione di tali patologie, per esempio quelle infettive, si è verificata, prima dell'introduzione di farmaci quali gli antibiotici e dell'immunoprofilassi, grazie al miglioramento delle condizioni alimentari e dello standard di vita. Il termine "medicina tropicale" molte volte maschera quindi quella che invece sarebbe più giusto chiamare medicina del sottosviluppo, del mancato sviluppo, o ancora, meno eufemisticamente, medicina della povertà. Infatti, il tragico stato di salute delle popolazioni della fascia tropicale è espressione non di fattori climatici, ma del fatto che questi paesi, che usualmente vengono definiti del terzo mondo, sono caratterizzati da una terribile mancanza di risorse soprattutto economiche, ma anche sociali, culturali, professionali. Anche il chirurgo che lavora in una di queste realtà è costretto a fare i conti con una chirurgia della povertà.

Figura 1. La sala operatoria del Nazareth Hospital. (back)

Infatti, le patologie d'interesse chirurgico in questi paesi sono espressione, o fortemente influenzate nel loro decorso, dal mancato sviluppo socioeconomico. Come altrimenti si potrebbe spiegare per esempio, l'altissima frequenza di lesioni perineali da parto, dovute alla mancanza d'adeguata educazione e assistenza, oppure la presenza di pazienti con ernie inguinali strozzate che giungono all'ospedale in condizioni generali disperate, con ritardi di giorni o settimane, a causa della mancanza di trasporti? Vi è poi un altro motivo per cui questa può essere definita la chirurgia della povertà: si svolge in aree in cui la necessità di assistenza chirurgica supera in maniera sproporzionata la disponibilità in strutture e in cui la carenza di mezzi economici e di risorse logistiche è all'ordine del giorno. Infine, va sottolineato che è chirurgia della povertà anche perché viene svolta da un povero chirurgo. La situazione particolare di isolamento di un ospedale rurale tende a mettere in luce impietosamente i limiti e le incapacità dell'operatore, il quale, in piena solitudine, è posto di fronte a un'immensa varietà di sfide chirurgiche, dovendo affrontare dall'emergenza addominale a quella ostetrica, dalla traumatologia all'intervento oculistico, e così via. Talvolta, però, la povertà, soprattutto se si prende coscienza di essa e della necessità di superarla, può divenire un potente stimolo al miglioramento. E' così che il povero chirurgo, pur accettando i propri limiti, può affinare le doti di buon senso e la propria abilità; è così che la mancanza di mezzi spinge alla ricerca di tecniche appropriate e razionali, pur in situazioni estreme e, infine, è così che il chirurgo che opera in una realtà di questo tipo è costretto, quasi forzato, a uscire continuamente dalla sala operatoria e arricchirsi nello sforzo di comprendere, per mutarle, le cause di disagio che stanno alla base del suo lavoro.

Alcuni anni fa abbiamo fatto il nostro primo raid chirurgico: siamo andati dai confini del deserto etiope, attraverso il Kenya fino a Nairobi, fermandoci in diversi ospedali dove abbiamo prestato la nostra opera: Sololo, Marshabit, Wamba e al Nazareth Hospital di Nairobi.

Figura 2. Uno dei mezzi di trasporto più impiegati per lo spostamento dei pazienti. (back)

Abbiamo fatto, credo, un buon lavoro, ma è una goccia nel mare. Abbiamo capito che non si deve andare a fare quello che non viene fatto; si deve andare a insegnare a fare quello che va fatto. Abbiamo allora organizzato un convegno a Bologna invitando i colleghi africani. Tema del convegno: "Le fistole vescico-vaginali in Europa, in Africa e nella nuova realtà sociale dell'immigrazione". I colleghi africani hanno partecipato, certamente contenti dell'occasione loro offerta di poter venire in Europa, ma anche portando e confrontando le loro casistiche e i loro risultati. Sulla base di questa esperienza abbiamo iniziato una nuova collaborazione: con l'AMREF e con i medici del Nazareth Hospital di Nairobi abbiamo organizzato due corsi di aggiornamento per medici locali presso lo stesso Nazareth Hospital nell'ultima settimana del settembre ultimo scorso. Il Nazareth Hospital, situato nel distretto di Kiambu a circa 20 chilometri da Nairobi, è una struttura che si presta a diventare un teaching hospital con 150 posti letto divisi in 4 reparti: medicina, chirurgia, ostetricia, pediatria e la possibilità di ospitare i residenti. L'organizzazione locale del corso è stata accuratamente presieduta da Gianfranco Morino, chirurgo al Nazareth e titolare di un incarico di insegnamento alla Scuola di specialità in chirurgia dell'Università di Torino, che ha già realizzato anche un'altra splendida iniziativa: la frequenza periodica degli specializzandi al Nazareth.

Il programma dei corsi è stato:

  • Urology Workshop
  • Postgraduate course on tension free hernioplasty - the Lichstern technique.
  • Hanno partecipato sette chirurghi provenienti da diverse regioni del Kenya, che hanno condiviso gli obiettivi del corso, e cioè:

  • l'aggiornamento di chirurghi locali che operano in realtà rurali su temi di chirurgia generale e di urologia, con l'apprendimento di tecniche recenti ed efficaci rispetto a quelle usate nei rispettivi ospedali anche con casi particolarmente impegnativi;
  • cooperazione professionale fra differenti istituzioni (AMREF, CCM, Nazareth Hospital eccetera) con il comune obiettivo di fare formazione;
  • prima esperienza pilota di training in un bush hospital.
  • Il ritmo dei lavori è stato serrato: full time per una settimana, la mattina in sala operatoria e il pomeriggio discussione dei casi e proiezione di video. Alla fine, in partecipanti e organizzatori, la soddisfazione di aver fatto qualcosa di buono. Non più una goccia nel mare, ma una goccia nel bagaglio culturale e professionale di chi ha partecipato: sette partecipanti ognuno con la sua goccia in tasca che porterà nel proprio ospedale e che ridistribuirà fra i propri collaboratori. Così si opera; non si fa la carità ma si investe in cultura e professionalità.